venerdì , 30 Settembre 2022
“Ankara” – Intervista a Piero Castellano, il fotogiornalista metese ferito in Turchia dalla polizia turca.

“Ankara” – Intervista a Piero Castellano, il fotogiornalista metese ferito in Turchia dalla polizia turca.

Turchia, 7 agosto 2014

Istanbul, 5 del mattino. La sveglia suona presto anche oggi. Tra circa un’ora inizia un nuovo viaggio, direzione Ankara, la capitale della Repubblica turca. Un viaggio molto lungo e scomodo; ci aspettano ben 400 km in autobus. L’arrivo è previsto per le 11.00-11.30.

Ankara, ore 13.00. Dopo un’interessante visita al Museo della Civiltà Anatolica, mi dirigo verso il centro della città, attraversando una grande piazza capeggiata dalla statua di Kemal Ataturk, l’eroe dell’indipendenza turca. Mi guardo intorno, cerco di imprimere nei miei occhi, nella mia mente questi posti, queste strade, i volti delle persone, questi odori così poco familiari.

In ogni viaggio che intraprendo mi prefiggo sempre uno scopo, un obiettivo. Viaggiare per me ha sempre avuto mille significati, ma due parole riassumono al meglio ciò che questo rappresenta nella mia vita: incontrare e conoscere.

Non lo conosco personalmente, ma è del mio stesso paese. L’ho contattato via facebook dicendogli che ero in partenza per un lungo tour della Turchia, da Istanbul a Pamukkale, attraversando tutta l’Anatolia per infine raggiungere Antalya. Gli dissi che sarei passato anche per la capitale e, se avesse voluto, avremmo potuto fare quattro chiacchiere tra compaesani.

Sono fuori ad un ristorante. Tra pochi minuti incontrerò Piero Castellano, fotogiornalista freelance, autore di numerosi servizi e reportage in giro per il mondo, dal Medio Oriente al Sud America. Fotografo professionista, da diversi anni si è stabilito in Turchia, dove ha seguito da vicino le proteste di Gezi Park e ogni manifestazione di rilievo verificatasi in territorio turco e balzato agli onori della cronaca perchè ferito dalla polizia durante gli scontri di piazza ad Ankara.

Ristorante Masabasi Kebapcisi, ore 13.45,  finalmente ci incontriamo. Ci sediamo ai tavolini all’aperto. Il sole è molto caldo, ma una leggera brezza rende sopportabile l’insolita umidità che in questi giorni avvolge la capitale. Poche battute e siamo subito in sintonia. Ha un volto familiare e un carattere deciso e aperto. Ha poco tempo, i suoi impegni sono tanti, per cui sono diretto e gli rivolgo subito le domande che ho preparato negli ultimi giorni.

“Chi sei?”, gli chiedo imbarazzato.

“Sono un fotografo professionista che dalla Penisola Sorrentina ha deciso di esercitare la sua professione in giro per il mondo. Da qualche anno vivo in Turchia, prima Urla, poi Izmir e da circa tre anni sono basato ad Ankara, da dove posso seguire da vicino gli avvenimenti della politica turca e in particolar modo le manifestazioni politiche che negli ultimi mesi hanno insanguinato le strade e le piazze di questo paese”.

Mi dice sorridendo che Ankara è una città meravigliosa, piena di vita, di universitari che provengono da ogni angolo del paese e dall’Europa grazie all’Erasmus, una città a misura d’uomo, economica e con una bella vita notturna. E’ meglio di Istanbul: “Ad Ankara ci vivi, ad Istanbul fai il turista”.

“Perchè hai scelto proprio la Turchia?”

“Perchè per un fotografo giornalista è una miniera d’oro. E’ una zona ricca di tradizioni e di diversità, interessante dal punto di vista paesaggistico, ancora poco conosciuta e non ancora contaminata dal turismo di massa. E’ un punto d’incontro tra Caucaso e Balcani, un crocevia non solo dal punto di vista culturale, ma anche commerciale ed economico” Ma aggiunge: “Non rimarrò qui per sempre!”.

La Turchia formalmente non fa parte dell’Europa, ma “è già in Europa, è già integrata, ma vi è un grosso problema di democrazia, che per me è un problema di istruzione. Purtroppo la politica europea non esiste; l’Unione Europea è un’istituzione senza una reale politica estera”.

Approfitto di questa sua ultima affermazione per arrivare al nocciolo della conversazione:

“Allora veniamo a quel fatidico 31 maggio scorso, il giorno in cui sei stato ferito durante gli scontri. E’ stato un evento che ti ha portato alla ribalta mediatica, tanto da rimbalzare nei più importanti organi di stampa sia nazionali che locali…”.

Un po’ seccato, mi risponde:

“E’ frustrante essere riconosciuto come il giornalista che è stato colpito da un lacrimogeno, perchè in realtà ne ho evitati a centinaia anche nelle altre manifestazioni che qui si ripetono almeno ogni due settimane. Arrivato in ospedale, quasi mi vergognavo perchè c’erano tre medici intorno al giornalista estero ferito, quando invece c’erano decine e decine di feriti in maniera molto più grave e dovevano aspettare me per poter essere soccorsi”.

Alla fine si è arreso e tra sé e sé ha detto: “Ok, se questo deve servire per far capire al mondo cosa veramente è successo, va bene così!”.

Piero porta ancora sulla pelle i segni di quell’evento, su braccio e costato destro. Me li mostra con rabbia mentre afferma: “Le manifestazioni sono sempre pacifiche, è la polizia che ci spara contro”, quasi ad identificarsi con gli stessi manifestanti.

La situazione non è quella raccontata dai mass media, dove una manifestazione fa notizia solo quando viene ferito un membro della stampa estera. Di morti ce ne sono stati nell’ultimo anno e mezzo almeno una dozzina, ma questo non si sa in Europa, dove si preferisce chiudere gli occhi, le orecchie e la bocca.

Incalza: “La reazione della polizia è sempre smodata. Pacifici manifestanti vengono attaccati con blindati e spari di lacrimogeni ad altezza d’uomo. E’ un anno che queste vicende si ripetono. Questa dura repressione viene anche rivendicata con fierezza dal governo di Erdogan. Ma la popolazione povera, gli emarginati, quelli che ormai non hanno nulla da perdere continuano a resistere. Questo è un paese dove basta esporre uno striscione contro il governo per essere condannato a venti anni di reclusione per terrorismo”. Continua: “Mi sono trovato solo nel posto sbagliato al momento sbagliato!”.

Il tempo scorre veloce, i minuti a nostra disposizione sono veramente pochi. Ha molti impegni e deve andare, ma non voglio rinunciare ad un’ultima domanda:

“Ormai sono anni che vivi e lavori all’estero. Come vedi da lontano adesso il tuo paese?”

“Meta è un paese piccolo – mi risponde- un punto di partenza in ambito professionale. Ma mi sentivo limitato. La Penisola Sorrentina sta vivendo ormai da anni un lento declino anche economico. Questa chiusura verso il mondo che io avverto è determinata anche dal cambiamento della classe dei marittimi, i quali un tempo restavano in posti lontani anche diversi mesi e ne conoscevano costumi e tradizioni, avevano amici in tutto il mondo. Oggi non è più così; la loro conoscenza è limitata a ciò che circonda un porto che lasciano dopo poche ore e spesso questa poca conoscenza dell’altro diventa anche un pregiudizio che inevitabilmente si trasmette anche tra i cittadini della Penisola e soprattutto tra coloro che poco si spostano”.

Il tempo è ormai scaduto. Piero deve tornare al suo lavoro perchè questa è una settimana molto impegnativa in quanto domenica 10 agosto ci saranno le votazioni per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica Turca (che poi saranno stravinte da Erdogan con il 52% dei voti).

Ci salutiamo fraternamente, con la promessa di rivederci presto tra i vicoli del nostro bellissimo paese, Meta.

8E19700B-8893-468B-B1AB-05B97882EB43

About Salvatore Esposito

Classe ’83, diplomato all’Istituto Nautico di Piano di Sorrento e studi in legge all’Università Federico II di Napoli. Amo la storia locale ed universale, la politica in tutte le sue mille sfaccettature e vagabondare per il mondo non come turista, ma con l’animo e la curiosità del viaggiatore. Per Sorrento Post mi occupo di Politica, Cultura e Curiosità della Penisola Sorrentina e in particolare del mio paese, Meta.

Inserisci un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. Required fields are marked *

*